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1.10.14

Move with a smile



Capita che mentre stai organizzando l'ennesimo trasloco, le cose, anziché finire negli scatoloni, prendano a volare da parete a parete e le parole frantumino i vetri.
Tanto che poi uno si chiede se debba contattare la ditta traslochi, affinché mandi due camion per portare le cose (volate) in due destinazioni diverse.


"Move with a smile" è la ditta che i miei vicini, il mese scorso, hanno scelto per il loro trasloco.
Quel giorno, tornando a casa, ho incontrato i ragazzi che portavano via gli scatoloni dal loro appartamento. Indossavano una t-shirt con lo slogan stampato sulla schiena.
Gli ho sorriso, ho detto che se non avessi già preso accordi, li avrei chiamati.
Loro hanno ricambiato il sorriso e io sono entrata in casa fantasticando che sì, avrei traslocato anch'io sorridendo. 

Invece, a turno, siamo esplosi. Ognuno spargendo, con violenza, frammenti del proprio Sé ferito.




Dopo la bomba, abbiamo ri-sistemato la nostra vita in 53 scatoloni e il giorno che qualcuno, senza sorriso stampato sulla maglietta, è venuto a prelevarla, avevamo già rincollato i frammenti di quel Sé inquieto e ribelle. 





Abbiamo aspettato che gli uomini dalle braccia lunghe e il passo stanco facessero su e giù da un appartamento che  iniziava già a non essere più nostro. Mobili raggruppati a caso, stanze vuote, stampelle lasciate a ciondolare negli armadi.
Poi succede che un bambino, improvvisamente, interrompa le sue scorribande domestiche per andare a rifugiarsi su una poltrona che è consapevole di dover lasciare. 
Così ci fermiamo a osservarlo mentre canta il tormentone di questi ultimi mesi.
Lui non si distrae nemmeno a filmarlo e concede bis non richiesti.
Sappiamo bene che cantare sia il suo modo di calmarsi, di dire "IO CI SONO".
E noi anche abbiamo sentito d'esserci. Di essere tornati prima ancora d'andare via.






4.4.14

Traslocare stanca

E’ più difficile cambiare Paese o quartiere?
A giudicare dalla resistenza avuta nell’abbandonare tutto ciò che ruota attorno al nostro postcode, direi la seconda ipotesi.
Il progetto di ridurre la distanza dal centro città non ha funzionato, non solo per l’impegno economico che avrebbe comportato l’affitto di un appartamento vicino alle High Street più esclusive.
Rinunciare a una buona qualità della vita, per avere qualche fermata di tube in meno sul tragitto cittadino, beh…alla fine, non mi è sembrata un’idea geniale.
Ma dicevo, non è solo questione di conti in tasca.
Abbiamo scoperto di amare il nostro dàbliu e che, almeno per il momento, sarebbe insensato separarsene.
La nursery di FH e il Gymboree, il corso di yoga, il college, il parco, le case vittoriane e i Café sarebbero stati rimpiazzati, certo.
Tuttavia se pensi che niente avrebbe potuto eguagliarli in fascino ed efficienza, significa che ami il luogo in cui vivi.

Oppure sarà che l’expat ha un po’ la sindrome del bastardino.
Magari non scodinzola a chi si mostra gentile ma si affeziona e giorno dopo giorno fissa dentro di sé i punti di riferimento necessari a ricostruirsi un’identità.
Va da sé che cercare casa entro un piccolo raggio di chilometri, che soddisfi pure esigenze estetiche, logistiche ed economiche sia un’impresa.
Figuriamoci poi se, a disposizione, hai solo poche settimane.


Il 30 marzo, Mother’s  Day, ci siamo svegliati tra gli scatoloni in un nuovo appartamento, distante pochi minuti dall’altro.
Il countdown è partito.
Una trasferta di sei mesi, il tempo necessario a ristrutturare l’abitazione danneggiata dall’acqua.
Perché come spiegavo tempo fa', un minuscolo foro in un tubo ha avuto il potere di modificare la nostra vita, scombussolarne gli equilibri.
Uno spreco di energie considerando che, per tornare nel vecchio flat, dovremo affrontare un altro trasloco.
Uno sbattimento necessario, visto che qui è bello ma costa pure di più.



Ho scoperto che il giacinto, il fiore piantato da FH a scuola, simboleggia il gioco e il piacere di fare le cose divertendosi.
E’ con questo spirito allora, che diamo l’acqua al nostro giacinto rosa pallido.
Per non sentire la fatica di questi giorni e di quelli che verranno.
Proprio nel momento in cui penserò di aver ristabilito un ordine negli armadi e dentro di me, dovrò rimpacchettare tutto e ricollocarlo dove era inizialmente.
Ed io non sono brava a fare ordine, semmai il contrario.
E quando sono molto stanca divento pure depressa.
Perciò sarà difficile fare le cose divertendosi, ma ci sto provando.








17.2.14

Il solito flat


Il solito flat al secondo piano, sebbene avessi detto di essere interessata a un ground floor.
Il solito flat con la moquette ovunque, pur avendo specificato wood floor.
Il solito flat two bedrooms che quando le vedi ti sembrano due ripostigli.


C'è un solo flat che non mi delude mai.
Se siete a Londra e avete voglia di un buon cappuccino, non ordinate un cappuccino.
Chiedete un flat white.

14.2.14

A me



L'avevo già scritto qui che, a me, il trasloco sfianca.

E no, non abbiamo ancora trovato casa.
Ma sono già stanca di andare in giro a vedere rubbish da 1600 pounds.

Eli, Eli, lama sabachthani?
...che sarebbe My God, my God, why hast thou forsaken me?




NB La compensation  prevista per gli affittuari da parte della compagnia assicurativa, per la quale esultavo qui, è misteriosamente diventata un misunderstanding.



3.2.14

non tutta l'acqua vien per nuocere

Trafalgar Square. Chinese New Year Celebrations 

Acqua. Sotto il nostro appartamento c'è l'acqua.
Siamo stati gentilmente invitati a lasciarlo entro un mese.


22.1.14

E se

Ore 7 del mattino.
Papà non c'è, da qualche giorno è fuori per lavoro e nell'altra camera dorme la nonna.
Il piccolo FH che ha dormito con me nel lettone, si lamenta e rigira nel letto. Controllo se ha il ciuccio. No, l'ha perso durante la notte. 
Infilo piano la mano sotto la sua testa. Eccolo, proprio come pensavo. 
Lo metto accanto a lui, sopra il cuscino. 
Mi risistemo dalla mia parte, forse posso dormicchiare ancora un po' prima che si svegli. 
Chiudo gli occhi ma sento un rumore strano. Forse è FH, girato di spalle, a farlo con la bocca.
Poi sento distintamente il respiro del mio bambino e questo rumore. 
Impossibile riesca a farli contemporanemente.
Mi siedo sulle ginocchia e mentre cerco il suo viso nella penombra, una macchia scura guizza veloce dietro la sua testa.
Oddio, no. 
Da sotto il mio cuscino, spunta la testa di un topo.
Sono un disco rotto che sa dire solo Oddio no.

Entra mia madre con una scopa dicendomi di uscire.
Prendo in braccio il bambino e afferro con due dita il ciuccio. E' rosicchiato.
Mia madre colpisce  il topo che scappa da una parte all'altra del letto fino a scomparire.

Tremo.
All'idea del topo in casa, delle cacche trovate in soggiorno, sul divano, vicino ai giochi di FH. Com'è che si chiama quella malattia per la quale si può morire? 
Prendo una pillola per calmarmi. 

Questa roba è troppo blanda ma l'avevo comprata contando sul potere suggestivo del nome.
Una, due, tre.. quante ne posso ingoiare insieme?

Mezz'ora dopo torno in camera. Devo togliere lenzuola, copripiumone e federe dei cuscini. Devo lavare tutto, anche i vestiti che avevo lasciato sul comò.
Mi muovo con circospezione. Dove sei topolino?
Lo vedo inaspettatamente dietro un angolo, rannicchiato. E' immobile, senza dubbio morto.
E' un topino carino. 
Ho in mente il musetto sbucato poco tempo prima dal mio cuscino. Nel momento in cui era rimasto fermo a guardarmi, aveva suscitato orrore ma anche tenerezza.

Beh, non avevamo alternative caro mio. Mi dispiace ma sono sollevata di vederti così inerte.



Sono trascorse due settimane da quel mattino.
Ho riempito la casa di trappole ed esche al sapore di cheddar. 
Temevo si aggirassero indisturbati gli amici e i parenti del defunto o che nuovi arrivassero a farmi saltare le coronarie. 
Da allora, ogni notte, uso la luce del cellulare per controllare sotto i cuscini, il piumone, la testiera del letto, i comodini.
Ispeziono qualunque cosa appena sento un rumore sospetto o immaginato.
E salto se mi sento sfiorare o ho avuto la sensazione di essere stata sfiorata.
Passo una mano sui capelli di FH, perché a volte i capelli sembrano una macchia scura vicino alla sua testa.
Appena mi accorgo che il ciuccio non è sulla bocca, lo cerco. Svito il tappo ermetico del thermos e lo metto dentro al sicuro, come in un bunker antiatomico. 

Quando comincerò a rilassarmi?
Per la verità, salto meno rispetto alle prime notti.
Però ieri, ad esempio, il papà ha allungato il piede dalla mia parte e io sono volata in piedi sul letto.

Penso che ci vorrà un po' per superare il trauma.
Mi viene in mente il potere catartico delle fiabe raccontate ai bambini.
Storie che aiutano a esorcizzare le loro paure inconsce, indirizzandoli verso un sano sviluppo psicologico.

Vado a prendere quel libro che a Natale ci ha regalato l'amico E.
E sì che quando l'ho sfogliato la prima volta ho avuto un po' d'ansia al pensiero di un topo che rosicchia un bambino... ma poi mi son detta fosse solo una buffa storia inventata.



Lo riapro a distanza di tempo e mi sorprendo nel vedere descritta così in dettaglio la mia paura più grande.
La costante di queste notti. 
Il timore insomma che  questa cosa che non riesco nemmeno a nominare possa avvicinare la sua bocca o le zampette al mio bambino.
E io ci provo a eSORCIzzare la paura, ma è difficile.


E leggo, cercando di cogliere l'ironia delle immagini che l'autore ha creato per questa storia assurda.



Mi sforzo di sorridere a tutti quei E se ti rosicchio una mano? E se ti rosicchio la pancia? E se ti rosiccchio il collo? E se ti rosicchio un braccio? E se ti rosicchio un piede?
Tuttavia apprezzo l'idea del bambino che si trasforma ogni volta in un animale diverso per liberarsi dai guai. Mostra quanto sia importante la capacità reattiva nei confronti del pericolo.


Ho qualche esitazione, invece, nel trovare risolutiva la dimensione affettiva tra il topo e il bambino.




Ci provo. Magari ha ragione l'autore.


Oppure è meglio che dica addio al piano terra con giardino e cambi casa.